Confessione resa dall´ imputato e giudizio direttissimo

14/12/2017
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La disciplina del giudizio direttissimo è contenuta nel Titolo III del Libro VI c.p.p., più precisamente negli artt. 449-452, per ciò che riguarda il Tribunale Collegiale e la Corte d’Assise, e nell’art. 558, per ciò che concerne, invece, il Tribunale monocratico.
Il giudizio direttissimo si caratterizza per essere un rito speciale dibattimentale, non premiale, ed azionabile unicamente dal PM.
Rispetto all’andamento ordinario del processo, il giudizio direttissimo presenta, inoltre, due caratteristiche: mancanza dell’udienza preliminare, nei casi in cui sarebbe prevista, ed assenza “formale” della fase degli atti preliminari al dibattimento.

Tali anomalie comportano due conseguenze rilevanti: la formazione del fascicolo del dibattimento da parte del PM e la possibilità, per le parti, di indicare solo in udienza le prove di cui intendono chiedere l’ammissione, senza il deposito delle liste ex art 468 c.p.p.
La mancanza di meritorietà dell’imputato nella scelta del giudizio direttissimo non gli da diritto (come avviene, invece, nel caso dell’applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p. e dell’accesso al rito abbreviato ex art. 438 c.p.p.) a benefici premiali.
La scelta unilaterale del rito da parte del PM è sottoposta, però, a determinati presupposti di evidenza della prova.

Il tratto che unifica le diverse ipotesi di giudizio direttissimo e che costituisce, analogamente al giudizio immediato, l’elemento cardine su cui si fonda la ratio della specialità del rito, è rappresentato da una situazione di evidenza probatoria della quale l’arresto in flagranza e la confessione costituiscono le ipotesi tipizzate in via esclusiva dal codice.
Evidenza probatoria che, da un lato, esclude la necessità di speciali indagini, dall’altro, giustifica il mancato controllo giurisdizionale sulla devoluzione della regiudicanda al dibattimento.
I presupposti ex art. 449 5c c.p.p. sono rappresentati dalla confessione resa dall’imputato in sede di interrogatorio e dalla vocatio in iudicium entro quindici giorni dalla iscrizione nel registro delle notizie di reato, attraverso la citazione dell’imputato, se libero, o la sua presentazione se in stato di custodia cautelare.

Seppur di tenore estremamente lineare, la statuizione di cui all’art 449 5c, ad un’ attenta lettura, presenta talune difficoltà interpretative da mettere in rilievo.
Il primo problema che si pone, infatti, è quello di stabilire il significato da attribuirsi al termine di “interrogatorio”.
In altre parole, ci si chiede se sia sufficiente una qualsiasi dichiarazione autoincriminante, oppure sia indispensabile un’ ammissione di responsabilità piena, attendibile, completa e apparentemente non strumentale, non contrastata da altre risultanze probatorie.
Su questo punto la dottrina si divide: da un lato, vi è chi ritiene che solo una confessione qualificata da completezza e priva di ambiguità possa realizzare quella condizione di evidenza probatoria necessaria per instaurare il rito; dall’altro, vi è, invece, chi ritiene sufficiente una dichiarazione autoincriminante, avente valore “implicito” di confessione.
La giurisprudenza si è pronunciata a favore di una dichiarazione confessoria pienamente rilevante ai fini di evidenza probatoria: “La confessione puo' essere posta a base del giudizio di colpevolezza dell'imputato nelle ipotesi nelle quali il giudice ne abbia favorevolmente apprezzato la veridicita', la genuinita' e l'attendibilita', fornendo ragione dei motivi per i quali debba respingersi ogni sospetto di intendimento autocalunniatorio o di intervenuta costrizione del soggetto a smentire le originarie ammissioni di colpevolezza, dovra' allora innegabilmente riconoscersi alla confessione il valore probatorio idoneo alla formazione del convincimento della responsabilita' dell'imputato” (Cass. Pen. sez. I, 17 febbraio 1992).

La confessione, tuttavia, deve essere resa nel corso di un interrogatorio e questo pone, pregiudizialmente , il problema di individuare quali atti possano assumere il valore di interrogatorio ai fini che qui interessano.
Tale sarà, certamente, quello condotto dal PM come atto di indagine, anche se a seguito di presentazione spontanea, o quello del GIP nei confronti della persona in stato di custodia cautelare, ex art. 294 c.p.p.; più in generale, la confessione può essere contenuta in qualsiasi atto condotto dall’autorità giudiziaria, quando l’imputato ha avuto contezza dei fatti che gli vengono addebitati, come avviene in sede di udienza di convalida, giacché solo in tal modo la scelta confessoria avviene ratione cognita, integrando quel composito atto dichiarativo al quale il sistema ancora l’ammissibilità del rito.
A conclusioni diverse si perviene per ciò che attiene l’attività di polizia giudiziaria, giacché questa non può in nessun caso procedere ad interrogatorio, ma solo assumere sommarie informazioni dalla persona sottoposta alle indagini: un atto, questo, per il quale l’art. 350 fa salve le regole generali stabilite ex art. 64 ma non richiama l’art 65 che, disciplinando l’interrogatorio nel merito, prescrive appunto l’obbligo di contestazione.

L’atto confessorio deve investire il fatto e non la relativa qualificazione giuridica, posto che l’imputazione viene elevata solo al momento della presentazione o della citazione e cioè con gli atti di esercizio dell’azione penale.
Occorre, a tal punto, individuare il momento in cui viene esercitato il controllo del giudice sul presupposto di ammissibilità del rito, considerato che l’atto contenente la confessione non è compreso tra quelli che, ex art. 431, devono essere inseriti nel fascicolo per il dibattimento.
Sorge il problema se il giudice possa accertare in limine litis la sussistenza della confessione come presupposto di ammissibilità oppure debba operare tale valutazione solo nel corso del dibattimento, attraverso l’esame dell’imputato ovvero, se questi rifiuta di sottoporsi ad esame o è contumace, attraverso lettura del verbale delle dichiarazioni rese in precedenza o, ancora, se nega l’addebito dopo la contestazione effettuata dal PM.

La Consulta, nel dichiarare l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art.431 c.p.p. con riferimento all’art. 101 2c Cost , ha affermato che l’adozione del rito direttissimo nell’ipotesi della confessione dell’indagato non contrasta con il principio di soggezione del giudice alla legge, poiché l’instaurazione del rito è sempre subordinata al controllo diretto del giudice e non al semplice assunto di una delle parti.
Ne consegue che il presupposto della confessione deve ritenersi accertabile o mediante l’esame del verbale d’interrogatorio allegato al fascicolo del dibattimento, in quanto atto relativo alla procedibilità dell’azione penale ex art. 431, lett a), oppure nel corso della istruzione dibattimentale, attraverso l’esame dell’imputato o le contestazioni e le letture ex artt.503 e 513 (sent. n.452/92).
Due sono i canoni argomentativi sui quali ruota la diatriba: la necessità di un controllo del giudice in limine iudicii; l’impossibilità di espletarlo stante la non allegabilità del verbale di interrogatorio al fascicolo per il dibattimento.

Entrambi vengono alternativamente confutati sia in dottrina che in giurisprudenza.
Chi condivide la tesi che rivendica assoluta priorità logica alla verifica della propria investitura da parte del giudice, ritiene il presupposto della confessione accertabile attraverso l’esame del verbale di interrogatorio, che può essere inserito nel fascicolo ai sensi dell’art 431 1c lett a); chi, invece, nega che tale inserimento sia possibile, si discosta dalla sentenza della Consulta in ordine al quando dovrebbe intervenire l’accertamento del presupposto della confessione, che sarebbe esperibile nel corso dell’istruzione dibattimentale, avvalendosi di tutta una serie di attività qui estrinsecabili.
Infine, vi è chi sceglie una terza via, ossia l’ipotesi di un controllo che sia esperibile sia preliminarmente attraverso l’inserimento del verbale di interrogatorio nel fascicolo del giudice, sia successivamente.

Apparentemente, tutte le tre menzionate ipotesi interpretative, pur divergendo in ordine al momento di espletamento, consentono quel controllo del giudice sulla sussistenza dei presupposti del rito, senza il quale i dubbi di incostituzionalità si farebbero pressanti e la coerenza del sistema, che all’art 452 1c. finirebbe per postulare una verifica impraticabile, vacillerebbe.
I sostenitori del controllo in itinere ipotizzano varie opportunità di verifica: reiterazione della confessione; lettura del verbale precedente se l’imputato rimane contumace od assente oppure rifiuta di sottoporsi all’esame; contestazione, ad opera del PM, di quanto l’imputato dovesse affermare in senso contrario alle dichiarazioni rese in precedenza, con conseguente loro acquisizione nel fascicolo del dibattimento.
Praticamente, vi sarebbe- qualsiasi atteggiamento processuale tenga l’imputato( reiterazione della confessione, rifiuto di sottoporsi all’esame, ritrattazione)- la possibilità di controllo sulla sussistenza del presupposto della confessione.
Occorre, a tal punto, preliminarmente, una riflessione.
Le menzionate ipotesi attengono ad attività rimesse alle scelte discrezionali delle parti, anzi la lettura del verbale ex art. 513 1c e la contestazione ex art. 503 3c sono, di fatto, prerogative del solo PM, in quanto non si vede quale interesse potrebbe avere la difesa a riesumare una confessione.
Inoltre, non è ammissibile che l’esercizio di un potere di controllo del giudice sull’operato di una parte dipenda da decisioni rimesse alla libera valutazione della stessa.

E se, dal tenore delle risposte date dall’imputato nel corso di un esame dibattimentale, si dovesse agevolmente dedurre che si tratti di una conferma di dichiarazioni precedentemente rese, ciò non dovrebbe essere di per sé appagante in ordine alla ritualità dell’instaurazione del direttissimo.
Basta, ad esempio, pensare ad ammissioni di responsabilità rilasciate agli organi di polizia giudiziaria ai sensi dell’art 350, ovvero a dichiarazioni indizianti rese al PM nella situazione prevista ex art.63 c.p.p, ovvero ad una confessione intervenuta nel corso di un interrogatorio nullo: in simili ipotesi, l’instaurazione del direttissimo sarebbe preceduta da affermazioni autoindizianti dell’imputato, ma inidonee a legittimare tale giudizio speciale.
Impedimenti analoghi può incontrare il controllo del giudice nell’ipotesi in cui l’imputato in dibattimento si discosti parzialmente dalle dichiarazioni precedentemente rese e queste gli vengano contestate ex art 503 3c limitatamente ai punti in cui si è registrata la difformità.
Alla luce di ciò, soltanto nell’ipotesi in cui si procede a lettura dell’ interrogatorio dell’imputato assente o contumace o che rifiuta di rispondere, il giudice è messo nella condizione di verificare la sussistenza del presupposto.
Inoltre, trattandosi di fatto da cui dipende l’applicazione di norme processuali, la confessione, quale presupposto del giudizio direttissimo, può divenire oggetto di prova ex art.187 c.p.p..

Pertanto, se l’unico modo per provare l’avvenuta confessione è la lettura del verbale di interrogatorio, si propone un inconveniente, ossia che l’acquisizione di questo atto al fascicolo per il dibattimento alteri gravemente l’impostazione di fondo del nuovo codice, volta ad evitare che gli atti compiuti nella fase delle indagini preliminari contenenti dichiarazioni possano influenzare il giudice del dibattimento prima ancora che questo si svolga.
Né appare significativa differenza la circostanza che l’acquisizione del verbale di interrogatorio e, quindi, l’accertamento della rituale instaurazione del giudizio direttissimo, anziché in limine, avvenga in itinere iudicii.
Se l’art 452 1c postula un controllo sull’ammissibilità del rito, che l’istruzione dibattimentale non è in grado di garantire, o si ritiene che tale controllo possa espletarsi ancor prima, prevedendo l’inserimento del verbale di interrogatorio nel fascicolo per il dibattimento; o ci si deve arrendere all’evidenza di un sistema in contraddizione con se stesso e costituzionalmente censurabile, almeno rispetto ai parametri ex artt. 3 e 24 Cost.
Attualmente, quindi, il verbale di interrogatorio va inserito nel fascicolo per il dibattimento sempre e soltanto quando contiene la confessione dell’imputato, sul cui presupposto si è instaurato il rito direttissimo; il regime di utilizzabilità è strettamente correlato alla funzione cui tale inserimento assolve, quella cioè di consentire la verifica della sussistenza dei presupposti per l’instaurazione del rito speciale; in quanto atto-condizione di procedibilità sensu lato, non può assumere alcun rilievo ai fini della decisione del merito per il solo fatto di essere allegato al fascicolo per il dibattimento.

Restano in ogni caso salve le ordinarie possibilità di utilizzazione dell’interrogatorio-atto investigativo, reso al PM, o dell’interrogatorio-atto di garanzia, reso al GIP, ai sensi degli artt. 503 commi 3 ss e 513 c.p.p.; sarebbe opportuno che copia del verbale di interrogatorio rimanesse nel fascicolo del PM per distinguere anche fisicamente le due diverse funzioni del medesimo atto e per scongiurare equivoci ed incongruenze.
Ammettere che il verbale d’interrogatorio vada inserito nel fascicolo del dibattimento quando il giudizio direttissimo viene instaurato ex art 449 5c c.p.p., non vuol dire che il controllo sull’ammissibilità del giudizio medesimo possa avvenire soltanto prima della dichiarazione di apertura del dibattimento o, comunque, prima dell’inizio dell’istruzione dibattimentale.
L’art 452 1c evita di precisare il momento in cui tale controllo deve essere effettuato: infatti, se esigenze di economia suggeriscono di verificare la praticabilità della strada del rito speciale, prima di percorrerla, non vi è dubbio che cause di inammissibilità del rito, sfuggite al controllo preliminare, ben possono essere rilevate o dedotte in seguito.

Infatti, l’art 452 1c non pone limiti temporali, lasciando intendere che, fino a quando non si pronuncia sul merito dell’accusa, il giudice possa disporre con ordinanza la restituzione degli atti al PM, se il rito speciale risulta promosso fuori dei casi previsti.
Inoltre, l’invalida instaurazione del rito, in quanto vizio concernente l’iniziativa del PM nell’esercizio dell’azione penale (art. 179 1c c.p.p.), deve ritenersi soggetta al regime delle nullità assolute: è, quindi, insanabile e rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo.
In conclusione, il giudice dibattimentale, quale garante della legalità del rito, se ravvisa l’inesistenza dei presupposti per il rito direttissimo, ne impedisce la celebrazione, disponendo la restituzione degli atti al PM.
Però, per principio generale in tema di scelta dei riti, le parti hanno anche qui poteri dispositivi.
Pertanto, nonostante la mancanza di convalida dell’arresto eseguito nella supposta flagranza, il PM e l’imputato possono ugualmente richiedere al giudice dibattimentale di dare corso al giudizio direttissimo, che, in tal caso, ha come presupposto, non più un arresto convalidato, ma un arresto in cui la mancanza di convalida è supplita dalla volontà delle parti (art 449 2c).
In ipotesi di mancanza di confessione, questa, invece, non può essere supplita.






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