Barriere architettoniche

16/10/2018
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Accade spesso che disabili ed anziani si trovino in contrasto con altri condomini quando è necessario adattare le parti comuni di un edificio per poter accedere agevolmente alla propria abitazione.
La normativa vigente appare spesso ambivalente e i Giudici stessi non si pronunciano sempre in modo omogeneo.
L’ultima sentenza in ordine temporale in materia è la n°12847 del 1 giugno 2007 con la quale il Supremo Collegio ha ritenuto nulla la delibera assembleare che, pur in presenza di due condomini disabili, autorizzi l’installazione di un ascensore con sensibile riduzione delle dimensioni delle scale condominiali; ciò statuendo, la suprema Corte pare aver chiuso la porta a quanti portatori di handicap sperano in un impianto elevatore (montascale, e/o ascensore) per facilitare la propria vita all’interno del condominio.

Purtroppo non risulta affatto semplice il lavoro della Cassazione trovandosi, la stessa, a contemperare spesso opposte ragioni; quelle di proprietà, comuni o individuali, dei condomini e quelle del condomino disabile che esige il diritto al superamento di una barriera architettonica.
Il disabile può essere un comproprietario dell'edificio condominiale e, cosa ben più importante, certamente è portatore di un diritto all'accessibilità della stessa e alla sua unità abitativa.
L’intero panorama legislativo in materia ci impone uno sforzo interpretativo poiché, da un lato, va considerata l'impronta patrimonialistica delle norme in materia di condominio con le istanze di tutela introdotte della Legge 13 del 1989 sull'abbattimento delle barriere architettoniche; norme che lo stesso articolo 2, comma 3 della Legge richiama espressamente.

Dall'altro lato, l'interpretazione deve contemplare anche le diverse istanze di tutela dei soggetti di questo conflitto, analizzandole alla luce dei principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico.
Come si è detto, esiste una legislazione speciale (Legge 13/1989) in materia di abbattimento delle barriere architettoniche ma questa, in fase di applicazione, offre una prospettiva di lettura particolarmente critica delle norme in materia di condominio, disvelandone l'attuale inadeguatezza a governare una realtà profondamente cambiata: il microcosmo condominiale articola una serie d'istanze che, per sentire e vivere sociale, non sono più solo quelle legate alla proprietà.
È di tutta evidenza, pertanto, che in via preliminare è necessario avere chiari quali siano i diritti in discussione, dati per storicamente definiti i diritti di proprietà in ambito condominiale al fine di orientare l'applicazione delle norme chiamate a dirimere il conflitto fra disabili e condominio.

In particolare, per quanto riguarda il disabile, è necessario avere coscienza e conoscenza che la barriera architettonica è una situazione ambientale che interagisce negativamente con i diritti della sua persona e non solo con il suo patrimonio.
In primo luogo incide sul diritto ad un pieno inserimento sociale, che ha come condizione la possibilità per il disabile di accedere, in autonomia e sicurezza, dove meglio crede in base alle sue necessità, interessi ed aspirazioni.
Sotto questo profilo non è superfluo notare come sia mutata la visione del soggetto disabile: da tempo non è più un - soggetto non recuperabile - e la sua socializzazione è vista come elemento essenziale per la sua salute, con effetti e funzioni sostanzialmente terapeutiche, al pari delle cure e delle terapie di riabilitazione.

L'accessibilità è stata identificata come uno dei presupposti per un pieno e libero inserimento sociale della persona disabile, quindi per la realizzazione della sua persona (lettera G dell'art. 2 del Decreto Ministeriale 14.06.1989, n. 236).
L'accessibilità, intesa come - la possibilità, anche per persone con ridotta od impedita capacità motoria o sensoriale, di raggiungere l'edificio e le sue singole unità ambientali e ambienti, di entravi agevolmente e di fruire spazi ed attrezzature in condizioni di adeguata autonomia e sicurezza -, è diventata ''una qualitas essenziale degli edifici privati di nuova costruzione ad uso di civile abitazione, quale conseguenza dell'affermarsi, nella coscienza sociale, del dovere collettivo di rimuovere, preventivamente, ogni possibile ostacolo alla esplicazione dei diritti fondamentali delle persone affette da handicap fisici.
Per quanto riguarda poi gli edifici privati già esistenti, vengono in considerazione, come espressione dello stesso indirizzo legislativo, gli interventi previsti dall'art. 2 della citata L. 13 del 1989, in virtù dei quali è possibile apportare all'immobile condominiale, a spese dell'interessato ed anche in deroga alle norme sul condominio negli edifici, le modifiche necessarie per renderlo più comodamente accessibile.

Pertanto i diritti del condomino disabile, al superamento della barriera architettonica presente nell'edificio condominiale nel quale abita o al quale deve accedere, non sono certo meno importanti delle ragioni di tutela del decoro architettonico dell'edificio condominiale, della servibilità o usabilità delle parti comuni, o dei diritti di proprietà sulle singole unità inglobate nell'edificio condominiale.
La barriera architettonica può compromettere, anche in ambito condominiale, le attività realizzatrici della persona disabile: questo è un concetto che, pur nella sua recente elaborazione, fa oramai parte del patrimonio di base dell'operatore del diritto.
In altri termini, la barriera architettonica può essere fonte, oltre che di un danno alla salute del disabile (danno biologico), anche di un danno esistenziale inteso, appunto, come voce di danno all'interno della quale vanno ricondotti tutti gli impedimenti che la persona subisce sul piano delle attività attraverso le quali persegue il proprio sviluppo individuale.

Se non bastasse, la giurisprudenza di merito ha anche individuato un danno esistenziale nella riduzione delle potenzialità di godimento della propria abitazione.
I diritti di proprietà dei condomini - alla cui tutela vigila, in caso di innovazioni sottese a superare una barriera architettonica, il secondo comma dell'art. 1120 del Codice Civile, espressamente richiamato dal terzo comma dell'art. 2 della Legge 13 del 1989 - si contrappongono alle posizioni soggettive del disabile di rilevanza costituzionale.
Purtroppo queste posizioni soggettive sembrano non essere tutelate pienamente dalla Legge 13/1989, se consideriamo i limiti alle innovazioni dalla stessa posti con il terzo comma del suo articolo 2.

Per questo non è stata esente da critiche.
Infatti, non si può certo dire che la legge 13 del 1989 riconosca al disabile un diritto incondizionato alle innovazioni atte a superare la barriera architettonica.
La Legge 13 riconosce al disabile solo il più limitato diritto a realizzare opere mobili facilmente rimovibili (e non è il caso dell'ascensore), all'installazione di servoscala e all'allargamento di porte, purché ciò sia fatto a sue spese (vedi il secondo comma dell'articolo 2 della Legge 13/1989).

Viceversa, ancorché con maggioranze meno rigorose di quelle previste dall'art. 1120, 1° comma del Codice Civile, richiede un consenso qualificato (con una maggioranza ampia) da parte degli altri condomini per l'esecuzione di opere di tipo strutturale qualificabili, appunto, come “innovazioni”.
Paradossalmente, in termini concreti, l'eliminazione delle barriere architettoniche ha trovato talora soluzione più efficace nelle norme in materia di comunione, vale a dire l'articolo 1102 del Codice Civile, che non nella legislazione speciale.
Fa riferimento stretto al Codice Civile la sentenza che ha stabilito che il disabile ha anche diritto ad utilizzare il cortile comune per procedere all'installazione di una colonna d'ascensore al servizio del proprio edificio, tanto più nell'ipotesi in cui tra i condomini utilizzatori dell'impianto installato vi siano soggetti disabili.

Sulla stessa linea è la sentenza che ha fissato il diritto ad installare un ascensore all'esterno dell'edificio condominiale, anche con l'eventuale dissenso degli altri condomini, non costituendo ciò un'innovazione ma una mera modifica, necessaria per il miglior godimento della cosa.
In altri casi la giurisprudenza ha prestato maggiore ed espressa attenzione all'esigenza di tutela per le posizioni soggettive costituzionalmente rilevanti del disabile e alla funzione sociale che deve avere la proprietà privata: l'intento è quello di garantire un'applicazione della Legge 13 più incisiva sul piano della tutela effettiva.
Su questo solco è la sentenza che ha riconosciuto il diritto del disabile all'installazione dell'ascensore nella gabbia delle scale, poiché nella valutazione comparativa dei contrapposti interessi - da effettuarsi nello spirito della funzione sociale che la proprietà privata ha nella Costituzione - risulta che l'ascensore consente al condomino disabile la soluzione di un problema vitale e di primo interesse quale è l'adeguato inserimento nella vita sociale.

In un altro caso è stato riconosciuto il diritto alla realizzazione, sull'esterno dell'edificio condominiale, di una struttura metallica e di uno scalino per l'installazione di una piattaforma mobile, poiché la tutela del decoro architettonico dell'edificio condominiale va contemperata con l'esigenza di eguaglianza e solidarietà dovuta nei confronti dei disabili.
Inoltre è stato ammesso anche il diritto all'escavazione del sottosuolo condominiale finalizzata all'installazione di un ascensore, senza che ciò arrechi danni attuali o futuri all'edificio condominiale, poiché ragioni di pubblico interesse e di solidarietà sociale rendono lecite anche le opere che incidono sul compossesso dei condomini.
Questi slanci interpretativi, tuttavia, non hanno ad oggi definito in modo compiuto il punto d'equilibrio degli interessi in gioco.
Non manca, infatti, giurisprudenza di merito e di legittimità che, sulla base di un'interpretazione letterale della Legge 13 e nel rispetto delle norme in materia di condominio, non deroga in alcun modo all'intangibilità dei diritti di proprietà dei condomini, intaccati dalle innovazioni richieste o adottate dal disabile.

In altri termini, si può dire che dall'esame delle diverse pronunce in materia di abbattimento delle barriere architettoniche risulta che dall'applicazione della Legge 13 del 1989 e dalle norme sul condominio e sulla comunione non è risolto il punto centrale dell'intera questione, vale a dire: se il disabile abbia o meno diritto di fare uso delle parti comuni dell'edificio condominiale per superare una barriera architettonica, anche contro il parere degli altri condomini e ancorché l'innovazione realizzata incida, pur non travolgendoli, sui diritti di proprietà (comuni e/o individuali) di terzi, dovendo rilevare per contro il consenso dei condomini al solo fine di vedere un loro concorso nelle spese di realizzazione dell'innovazione.
L’opinione di chi scrive è nel senso che questo diritto vada riconosciuto al disabile sulla scorta di una lettura costituzionalmente orientata delle norme in materia di condominio e di comunione.
È cioè necessario rileggere lo stesso Codice Civile alla luce della Costituzione, che garantisce principalmente valori personali (e non patrimoniali).
Questa logica interpretativa deriva dal nostro stesso ordinamento e dalla prevalenza che nello stesso hanno i precetti costituzionali di garanzia dei diritti inviolabili dell'Uomo e di tutela del bene della persona.

La supremazia della Carta Costituzionale comporta che gli atti normativi in contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione possano essere ''censurati'' dal Giudice delle leggi con una dichiarazione d'illegittimità costituzionale.
L'altra ricaduta è nei confronti del Giudice e degli operatori del diritto per i quali vi è l'obbligo di prediligere, a fronte di disposizioni che possano avere interpretazioni diverse, quelle più conformi al contenuto del precetto costituzionale.
Un'ultima conseguenza importante è l'immediata valenza applicativa della norma di garanzia dei diritti inviolabili della persona umana, anche in difetto di una specifica norma d'attuazione, posto che la norma di garanzia non rimanga sospesa in attesa dell'intervento del Legislatore.
Non bisogna dimenticare, peraltro, che proprio con riferimento allo specifico tema dell'abbattimento delle barriere architettoniche, la Corte Costituzionale con la sentenza del 10 maggio 1999, n. 167, nel dichiarare l'illegittimità costituzionale del 2° comma dell'art. 1052 del Codice Civile, ha definitivamente chiarito che per realizzare condizioni di accessibilità è possibile incidere sul diritto di proprietà del terzo, atteso che ai sensi dell'art. 42 della Costituzione è lecito imporre limiti alla proprietà privata allo scopo di assicurarne la funzione sociale e che l'accessibilità è una qualità essenziale anche dell'edificio condominiale





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