Assasinio di Pier Paolo Pasolini

20/05/2018
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Assasinio di Pier Paolo Pasolini

Ostia, 2 novembre 1975, giorno dei morti.

In uno squallido sterrato non lontano dal mare, adiacente a una baraccopoli estiva dove il proletariato romano trascorre le sue povere vacanze, fingendo di essere in villa, viene trovato il cadavere martoriato di Pier Paolo Pasolini, 53 anni, scrittore, poeta, regista, intellettuale scandaloso, personalità unica e certamente irripetibile della cultura italiana.

Del suo assassinio viene accusato un 17/enne borgataro, Giuseppe Pelosi, detto - per i suoi occhi sporgenti - Pino la rana.

Sembra un nemesi ineluttabile: Pasolini è stato ammazzato brutalmente da uno di quei ragazzi di vita che tanto aveva amato, di cui tanto aveva scritto, per la cui omologazione sociale e culturale tanto si era rattristato.

Pasolini, che non aveva mai fatto mistero della sua omosessualità – pur rifuggendo con cura gli orpelli dannunziani o estetizzanti di cui la moderna cultura gay ama adornarsi – era stato ucciso da un giovane sbandato in cerca di denaro, che lo scrittore aveva rimorchiato nei torbidi dintorni della stazione Termini a Roma, con il quale si era appartato in cerca di sesso mercenario.

Alla base della tragedia, una lite finita in dramma per prestazioni sessuali che Pasolini esigeva e Pino la rana non voleva concedergli.

Così alla fine arriverà a stabilire la sentenza della Corte di Cassazione, tre anni e mezzo dopo i fatti.

Tutto chiaro, allora.

Pasolini è rimasto vittima dei suoi vizi e della sue turpi manie.

Ma è davvero tutto così spaventosamente lineare?

Nei mesi immediatamente successivi alla sua morte, una campagna stampa del settimanale L’Europeo - un altro fiore all’occhiello della cultura italiana - in cui fu parte attiva la giornalista Oriana Fallaci, cerca di dimostrare





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